Ecco 4 punti a cui prestare attenzione.

Ormai l’utilizzo dei social network è largamente diffuso. Si stima che in Italia, ogni mese, vi siano 30 milioni di utenti attivi su Facebook, 16 milioni su Instagram e 8 Milioni su Twitter.
Come mai i social network si sono diffusi a tal punto? Cosa ci trovano le persone di così interessante?
Se si esaminano il tipo di informazioni che ogni giorno vengono condivise in milioni di post, si scopre che circa l’80% dei contenuti pubblicati è relativo a esperienze personali. Le persone amano parlare pubblicamente di sé, dei luoghi che visitano, delle persone che incontrano, di ciò che fanno. E lo fanno volontariamente, in un’epoca in cui il tema della privacy sta diventando sempre più delicato.
Come ce lo si spiega? Perché usiamo i social network per rendere pubbliche le nostre esperienze personali?
La neuroscienziata Diana Tamir, dell’Università di Harvard, ha cercato nel nostro cervello la risposta a questa domanda. Con uno scanner a risonanza magnetica, ha studiato come cambia il cervello quando parliamo di noi. Durante l’esperimento, ha chiesto ai soggetti di rispondere a delle domande che li riguardavano (es. quale fosse il loro colore preferito o cosa piacesse loro fare durante le vacanze…) oppure che riguardavano altri (per un esempio: a tuo padre piacciono i cani?).
Ciò che ha scoperto è che tutte le domande hanno attivato nei soggetti una particolare area del cervello, la corteccia prefrontale, legata al ragionamento, ed in generale ai comportamenti cognitivi più complessi.
Ma la cosa più interessante è stata scoprire che, quando le persone rispondevano a domande su di sé, si attivavano anche altre due aree: l’area tegmentale ventrale ed il nucleus accumbens; entrambe queste aree appartengono a quello che viene chiamato il sistema della ricompensa.
Il sistema della ricompensa è quello che ci spinge a cercare stimoli che generano piacere e ci gratificano, esso è alla base ad esempio dello stimolo della fame e della ricerca della sessualità. Il sistema di ricompensa è alimentato da un neurotrasmettitore: la dopamina; così, più si alza la dopamina, più aumenta il desiderio di cercare ulteriori ricompense.
E’ questo sistema che si attiva anche con il consumo di droghe o di cibi dolci, dunque, come le droghe, anche l’utilizzo dei social network può creare dipendenza.
Ma perché si attiva il sistema di ricompensa quando parliamo di noi? La risposta va ricercata nella nostra storia evolutiva. Gli esseri umani hanno un bisogno fondamentale di appartenere a un gruppo, perché, fin dagli albori, questo ha significato maggior sicurezza e più cibo.
Quindi parlare di noi ci aiuta a rinforzare il senso di appartenere ad un gruppo, e sappiamo che per migliaia di anni, appartenere ad un gruppo, è stato essenziale per la nostra sopravvivenza.
La diffusione di informazioni personali, per il nostro cervello, ha una forte pulsione evolutiva per questo è così facile diventare dipendenti dai social network.
E chi costruisce e programma i social conosce bene questi meccanismi. Proviamo ad analizzare Facebook: quando pubblichiamo qualcosa, le persone che appartengono alla nostra rete di contatti, possono mettere dei “Like”. Su Instagram invece gli altri utenti possono “seguirci”. Questo significa che, a livello cerebrale, viene registrato il messaggio che una persona del nostro gruppo, della comunità a cui apparteniamo, apprezza ciò che abbiamo pubblicato e dunque, implicitamente, il cervello registra questa informazione come “apprezza noi”. Ora proviamo a moltiplicare questo per il numero di “Like” che si ricevono o di “Follower”.

E’ interessante inoltre notare come non esista un reale opposto di questo tipo di interazioni. Non è previsto il “non mi piace”o il “non ti seguo”, quindi, il risultato che si ottiene dopo aver pubblicato qualcosa, può essere solo positivo o neutro (quando nessuno interagisce), ma difficilmente negativo. Certo, esistono i commenti che possono avere questa funzione di feedback negativo, ma, normalmente non vengono utilizzati tanto quanto i sistemi di risposta veloce, quindi il loro impatto è limitato.
In più, i social, offrono una serie di strumenti per rendere i post più accattivanti, come la possibilità di modificare facilmente le fotografie con dei filtri o di completarle con informazioni più dettagliate come la posizione, lo stato d’animo o l’inserimento di hashtag. Questo, per offrirci un’esperienza di pubblicazione il più possibile accattivante e coinvolgente. Così, più riceviamo “Like”, più saremo invogliati a pubblicare, più useremo i social.
Dunque è sbagliato usare i social? Sicuramente no.

Tutto questo non significa che dobbiamo abolire dalla nostra vita i social network, io stessa li utilizzo e li considero uno strumento efficace di scambio. La cosa importante è sapere come utilizzarli, essendo consapevoli dei numerosi pregi e di quelli che sono i potenziali rischi.
Infatti, quando entrano in gioco i sistemi cerebrali di risposta automatica, come quello della ricompensa visto ora, diventa importante sapere come arginare la loro influenza sulla nostra emotività e dunque sul nostro comportamento mentre interagiamo sui social.
Ecco quattro punti importanti da considerare quando utilizziamo i social network:
1. Tutto parte dal conoscere come si verificano i fenomeni, per cui, la prossima volta che pubblicate qualcosa su Facebook, e sentite l’impulso di andare a vedere se qualcuno vi ha messo un “Like”, provate a portare alla mente ciò che avete appena letto sui circuiti di ricompensa e non cedete subito alla tentazione, aspettate. Non rispondere subito all’impulso di controllare le notifiche indebolisce il sistema di ricompensa. Perché farlo? Semplicemente per non esserne condizionati e mantenere la vostra libertà.
2. Collegato al punto sopra vi è il darsi dei tempi definiti. E’ utile considerare il tempo speso su social come una qualsiasi altra attività che abbia un inizio ed una fine. Potrebbe essere utile darsi una regola (es. controllare Facebook o Instagram al massimo ogni due ore o non più di tre volte al giorno o solo la sera). Queste semplici abitudini hanno un enorme potere nell’ostacolare le risposte di ricompensa automatiche. Inoltre, se si dedica un tempo specifico ai social, diventerà più piacevole utilizzarli, senza che aumenti la risposta di dipendenza.
3. Attenzione a bambini e ragazzi. I bambini hanno dei circuiti cerebrali ancora in via di formazione, per cui i circuiti di ricompensa sono più sensibili. Sarebbe bene ridurre al minimo l’utilizzo di dispositivi elettronici nei bambini e regolarlo nei preadolescenti. Mentre ad esempio rimane vietato per legge l’utilizzo di Facebook fino ai 13 anni, e dai 13 ai 15 il suo utilizzo è sottoposto a restrizioni, non è così per molte altre applicazioni. Perché evitare il più possibile di esporre i ragazzi a questi stimoli? Perché un’iperattivazione dei sistemi di ricompensa legati all’utilizzo di social network o dei giochi può portare i ragazzi a isolarsi, e dunque a non fare le esperienze reali utili al loro sviluppo, al contrario di quelle virtuali. Può inoltre portare a implicazioni psicologiche come avere un’emotività poco regolata e a sviluppare una bassa autostima. Perché una bassa autostima? Perché ogni forma di dipendenza porta in qualche modo a sentirsi vulnerabili, e questo può avere un impatto particolare in personalità che si stanno definendo come quelle dei bambini e degli adolescenti. Al contrario, il senso di libertà e di controllo ci fa sentire più sicuri e dunque fa aumentare il senso di autoefficacia e di fiducia in noi stessi.
4. Infine è importante sapere che il cervello tende a non distinguere tra reale e virtuale. Per cui, anche se il cervello attiva i sistemi di ricompensa in risposta a degli apprezzamenti della nostra rete virtuale, non significa che questi apprezzamenti portino ad una maggior garanzia di essere supportati dal nostro gruppo. Sicuramente è utile e piacevole lo scambio con la comunità virtuale, se però non comporta il trascurare la rete reale, che è quella in grado di darci il vero sostegno che i nostri meccanismi biologici considerano così importante.
