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Una mente focalizzata ci rende più felici.

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Come recuperare “il lavoro profondo” può cambiare la tua vita professionale e molto altro. 

Cal Newoport, autore di Deep Work, definisce il lavoro profondo come quell’attività professionale che viene attuata in uno stato di concentrazione priva di distrazioni, che spinge la nostre capacità cognitive al loro limite più alto

Attraverso il lavoro profondo possiamo ottimizzare le nostre potenzialità e produrre i migliori risultati possibili. Questo concetto è in contrasto con la tendenza attuale di considerare la continua acquisizione di informazioni e il multitasking come dei valori aggiunti. L’utilizzo  costante della messaggistica istantanea come e-mail, SMS, WhatsApp porta a una continua frammentazione dell’attenzione e alla necessità di passare da un compito all’altro o da un contesto all’altro, in pochi secondi, per molte volte durante la giornata, generando ciò che Cal Newoport chiama “lavoro superficiale”. 

Ma perchè è così dannoso il multitasking? 

Perché produce il “residuo di attenzione”. Ogni volta che passiamo da un compito all’altro, una parte della nostra attenzione rimane ancorata al compito precedente, non rendendola disponibile per svolgere il compito attuale. Quindi il primo punto è che ogni virata dell’attenzione ha un costo in termini di energia cognitiva. Il secondo è che, alla fine della giornata ci si sente davvero stanchi, e questa sensazione crea la falsa illusione di essere stati molto produttivi, avendo invece prodotto azioni prevalentemente di tipo logistico, cioè, ci si è dati un gran da fare per risolvere “problemi di superficie”, senza creare nulla di nuovo. 

E’ di per sé sbagliato? No. Diventa un problema se il lavoro superficiale è l’unica modalità che adottiamo.

Diamo per assodato che l’interconnessione e la dinamicità fanno parte della nostra società, quindi bisogna sapere come stare al gioco, ma è importante ricordare che “il lavoro profondo” non ha perso la sua caratteristica di generare valori aggiunti e soddisfazione. Anche in questa società così interconnessa, la possibilità di essere i migliori in qualcosa richiede la capacità di attuare il lavoro profondo. 

Cal Newoport, come molti altri autori, ha sottolineato la forte connessione tra attenzione e felicità, e per sostenere che “una vita profonda” è una via migliore propone tre argomentazioni: 

1. A livello neurologico il cervello costruisce la sua visione del mondo sulla base di ciò a cui presta attenzione. Quindi dedicarsi completamente a un determinato compito, fa aumentare il suo valore e di conseguenza la nostra soddisfazione nell’averlo svolto. 

Pic: Pinterest

2. In ambito psicologico, Mihály Csíkszentmihályi nella sua teoria dello “stato del flusso” o FLOW, dice  che “I momenti migliori di solito si verificano quando il corpo o la mente di una persona viene portata ai suoi limiti in uno sforzo volontario per realizzare qualcosa di difficile e utile. Questo stato mentale è chiamato flusso”.

Quindi, impegno, dedizione e focalizzazione generano felicità. 

3. Ogni persona, per essere felice, ha bisogno di dare un senso a ciò che sta facendo. E questo senso viene dato dal poter mettere una parte di noi nel nostro lavoro, in modo da renderlo unico ed insostituibile. Ogni lavoro può essere svolto come un’arte che consente di comunicare la nostra unicità. 

Che tu sia uno scrittore, un marketer, un consulente o un avvocato: il tuo lavoro è un’arte, e se affini la tua abilità e la applichi con rispetto e cura, allora come un abile artigiano puoi generare significato negli sforzi quotidiani della tua vita professionale

Mihály Csíkszentmihályi

Perchè invece le aziende moderne sembrano prediligere il “lavoro superficiale”?

É prassi comune all’interno di molte aziende, quella di privilegiare la modalità di lavoro superficiale attraverso la collaborazione fortuita che nasce negli open space, la comunicazione rapida, la presenza attiva sui social e la richiesta di essere sempre connessi. Come mai dunque si dà così poco spazio al lavoro profondo nonostante le evidenze ne riconoscano l’utilità?

Un motivo è quello che viene chiamato “buco nero della metrica”, cioè la difficoltà di misurare realmente costi benefici del lavoro superficiale rispetto al lavoro profondo. 

Cal Newoport propone anche altre spiegazioni: 

1. Il principio della minor resistenza. Se non abbiamo dei feedback chiari sull’impatto delle attività che svolgiamo, tenderemo a prediligere quelle più facili sul momento da portare a termine (es. controllare email o messaggistica). 

Se ad esempio la risposta alle email fosse collocata in uno spazio ben preciso della giornata lavorativa, ad esempio un’ora all’arrivo o un’ora alla chiusura, saremmo più portati a fare una selezione dei messaggi che realmente richiedono attenzione e ad utilizzare questo canale in modo più efficiente.

Secondo questo principio, attività che rendono più evidenti i risultati a breve termine, hanno più probabilità di essere svolte, a discapito delle attività più “profonde” legate alla visione strategica ed ai migliori risultati, i cui effetti però non sono immediatamente visibili.

2. L’”operosità” invece della produttività. A livello di immagine sociale è molto importante dare sempre l’impressione di essere visibilmente impegnati e operosi, e questo in molti casi sembra essere uno dei modi più utilizzati per dimostrare a se stessi e agli altri il proprio valore.

Tuttavia il vero valore passa attraverso azioni significative che non sempre sono visibili, se non a risultato raggiunto.

3. Il culto di Internet. Ignorare ciò che accade nella rete fa sembrare non aggiornati e può generare dei pregiudizi, come l’idea di essere retrogradi, asociali e poco dinamici. Il punto non è quello di disconnettersi, ma di utilizzare la rete e le sue possibilità in modo più strategico, riconoscendo quando la ricerca di informazioni è solo un comportamento compulsivo mascherato da impegno.

Si può anche usare internet come svago, l’importante è avere chiaro cosa stiamo facendo.

Come rendere la nostra vita un po’ più “profonda”. 

Dal momento che la vita è più complessa di come viene rappresentata, ciò che può essere utile non è  liberarsi del “lavoro superficiale”, anche perchè non avrebbe senso, ma interrogarsi su come dare più spazio al “lavoro profondo”.

L’autore suggerisce quattro approcci:

  1. L’approccio monastico è il metodo più radicale, che prevede l’isolamento completo, magari spostandosi in un luogo dedicato alla realizzazione dell’obiettivo importante che abbiamo in mente. Molto difficile da realizzare, ma per qualcuno potrebbe funzionare. 
  2. L’approccio bimodale, che prevede l’alternanza tra vita normale e approccio monastico, alternando quindi mesi normali a mesi nei quali ci dedichiamo solo al nostro obiettivo. Anche questo approccio può essere complicato ma non impossibile, infatti per qualcuno ci possono essere dei periodi in cui le attività produttive calano e ci si può dedicare al lavoro profondo. 
  3. L’approccio ritmico. Prevede di impostare dei blocchi specifici di tempo nei quali ci si dedica al lavoro profondo. Può essere un’ora al giorno o un giorno a settimana. Questo approccio è il più fruibile, e chiede di costruire una routine nella quale si definisca a priori lo spazio da dedicare al lavoro profondo, magari scollegando il telefono o avvisando che in una determinata fascia oraria siamo disponibili solo per le urgenze. 
  4. L’approccio giornalistico, che prevede di dedicare al lavoro profondo alcuni momenti della giornata senza pianificarlo prima. Questo potrebbe essere utile come primo approccio, perchè consente di esplorare quali sono momenti sono per noi più favorevoli al lavoro profondo. 

Un altro modo per implementare il lavoro profondo è creare le giuste condizioni.

Una di queste è bilanciare l’attività e il riposo. L’autore suggerisce di programmare delle pause dalla focalizzazione per distrarsi, invece di occasionali pause dalla distrazione per focalizzarsi.

E’ importante avere cura della propria concentrazione durante tutta la giornata, ad esempio inserendo del tempo completamente libero dal lavoro dove il distacco è totale e protratto per un certo tempo (no telefonate, no email, evitare di rimuginare sui problemi).

“Quando lavori, lavora sodo. Quando hai finito non pensarci più”

Mihály Csíkszentmihályi

Spesso infatti le migliori intuizioni emergono nei momenti più disparati, come durante una passeggiata o una doccia.

Il riposo è anche l’unico strumento per ricaricare l’energia necessaria per lavorare a livello profondo. Se non riusciamo a riposarci completamente, sarà difficile concentrarci al massimo delle nostre possibilità. 

Infine, ciascuno ha la possibilità di accedere alle proprie potenzialità massime solo poche ore durante tutta la giornata e in momenti specifici, esaurito questo limite giornaliero, non ha senso insistere. 

Aggiungo un’ultima cosa che credo sia importante: le abilità di concentrazione che portano al lavoro profondo, si possono allenare attraverso ogni azione quotidiana. 

Quando decidiamo di trascorrere una serata tra amici, dedicandoci alla conversazione e all’ascolto invece di guardare i social o rispondere ai messaggi Whatsapp di altri, stiamo prendendo una decisione importante, che la nostra mente ricorderà. Allo stesso modo, quando al termine di una giornata decidiamo di dedicarci completamente alla nostra vita personale, lasciando sullo sfondo le preoccupazioni lavorative, stiamo continuando ad allenare la capacità di focalizzazione l’attenzione, e questa decisione porterà dei benefici in molti altri ambiti della nostra vita.